giu 03

Italia:”bella e perduta”.Una storia da compiere

L’anniversario dell’unità d’Italia è un’occasione per riflettere sullo stato di coesione del Paese e sulle profonde differenze che permangono in termini di sviluppo tra il Nord ed il Sud. Da un lato la Lega che preme per un separatismo (anticipato dal federalismo fiscale) volto a lasciare al proprio destino di “zavorra” o “colonia mafiosa” un Sud palla al piede e fonte di sprechi e malaffare. Dall’altra un Mezzogiorno, incapace di dare risposte concrete basate su una seria ed originale politica tesa alla creazione di un tessuto di piccole e medie imprese che avrebbero potuto costituire l’ossatura dello sviluppo economico.
Nel 1961, in occasione del centenario dell’Unità, il nostro Paese era attraversato dal cosiddetto “miracolo economico” al quale contribuirono centinaia di migliaia di lavoratori meridionali e siciliani in particolare costretti ad emigrare verso il Nord alla ricerca di condizioni di vita più dignitose. Dopo 50 anni questo processo continua ma, a differenza di allora, oggi vede l’emigrazione forzata di migliaia di giovani, che non riescono a trovare uno sbocco professionale nelle proprie Regioni. Siamo cioè in presenza da anni di quello che è stato definito “lo sbarco dei Mille” all’incontrario.
In particolare la Sicilia, che nel 2010 celebra il 64° anniversario della sua autonomia, ha utilizzato la stessa per sostituire al centralismo nazionale quello regionale, producendo negli anni un apparato burocratico elefantiaco, che ha assorbito ingenti quantità di denaro che avrebbero potuto dare uno sviluppo diverso alla Regione.
Oggi siamo in presenza dell’ultimo appuntamento con il quale si può dare una svolta alla Sicilia: un corretto e programmato utilizzo dei fondi comunitari. Se si dovesse perdere questa ultima occasione per dotarsi di quelle infrastrutture necessarie allo sviluppo, per i trasporti, i rifiuti, l’acqua, l’edilizia scolastica, la viabilità, ecc. non ci saranno più prove d’appello. La Sicilia sarà condannata definitivamente alla marginalità ed al sottosviluppo.
Dedicare una riflessione all’avvenimento dell’unificazione è opportuno ed interessante, ma non per farne una mera – anche se utile e nobile – rievocazione storica. Serve, invece, a fare risaltare i nodi che sono rimasti insoluti e come essa si cala nel contingente. Quello di cui ha bisogno il Paese è un federalismo equo, funzionale e solidale, cioè un patto tra Nord e Sud.

Relaziona:
prof. Nino Consiglio

Intervengono:
prof. Salvo Adorno
(Università di Catania)
prof. Paolo Greco
(presidente Ist. Superiore di Studi Umanistici)

Presiede:
dott. Carmelo Saraceno

L’intervento del Capo dello Stato a Quarto il 5 maggio ed una settimana dopo in Sicilia sui luoghi da dove partì l’avventura di Garibaldi che si sarebbe conclusa 150 anni fa con l’unità d’Italia e le parole che ha usato in quelle occasioni sono non soltanto il segno della solennità che Egli ha voluto dare alla ricorrenza, ma anche della Sua consapevolezza delle difficoltà che attraversa l’Unità nazionale in questo periodo.
Infatti, non solo l’assenza alle iniziative di tutti i Ministri leghisti, che pure hanno giurato sulla Costituzione, ma soprattutto le parole di qualcuno di loro come Calderoli (“ricorrenza retorica e spreco di soldi”) e la continua ricorrente minaccia di “secessione” giustificano i toni forti usati dal Presidente della Repubblica per l’occasione. Egli infatti ha parlato di “salto nel buio” da parte di chi pensa ad una nuova frammentazione dello Stato immaginando la creazione di macroregioni che sarebbero un paradosso in un mondo sempre più globalizzato e dove quindi c’è bisogno del contributo degli Stati unitari ed autorevoli per un’Europa più forte economicamente e politicamente.
E ci pare altrettanto significativo che assieme alle tentazioni separatiste di matrice leghista, Napolitano abbia con altrettanto vigore condannato “le reticenze ed i silenzi” su quello che va corretto all’interno del Mezzogiorno nella gestione dei poteri regionali e locali e nei comportamenti collettivi. Crediamo infatti che l’anniversario debba essere un’occasione per riflettere sullo stato di coesione del Paese e sulle profonde differenze che permangono in termini di sviluppo tra il Nord ed il Sud.
Ora non sveliamo certo un segreto quando diciamo che da anni è la Lega che impone l’agenda politica al Governo, e che mai come in questo periodo essa vede a portata di mano la conquista del suo obiettivo primario: il federalismo, soprattutto fiscale. E ci pare altrettanto chiaro che la Lega intende il federalismo come premessa del separatismo. Solo così si possono intendere i continui riferimenti alla Padania che da sola sarebbe ricca come la Baviera o il Belgio e lasciare quindi al proprio destino di “zavorra” o “colonia mafiosa” un Sud irrimediabilmente palla al piede dello sviluppo del Nord e fonte di sprechi e malaffare. E non è quindi un caso che da anni non c’è traccia di una seria politica per il Mezzogiorno da parte del Governo al di là dei proclami di facciata.
E che le preoccupazioni per un federalismo “egoista e identitario di tipo territoriale” siano fondate, lo testimonia anche la CEI temendone una versione sbilanciata verso una sola parte del Paese.
Quello di cui ha bisogno il Paese, invece, è un federalismo equo, funzionale e solidale, cioè un patto tra Nord e Sud. Ad oggi siamo invece in presenza – come è stato detto – “ di un castello di carte, tecnicamente vuoto, ancora senza un serio calcolo dei costi standard dei servizi, dei livelli essenziali sociali, delle aliquote tributarie, dei fondi perequativi tra le Regioni”. Ma pur in presenza dei primi Decreti attuativi ancora fumosi e generici, credo che sarebbe un errore esiziale trascurare il fatto che la Lega su questo versante sicuramente non demorderà.
Ed in presenza di questo rischio come si attrezza il Mezzogiorno e soprattutto – per quel che ci riguarda – la Sicilia che ha celebrato proprio la scorsa settimana il 64° anniversario della sua autonomia? Quale uso ha fatto in oltre mezzo secolo di questa autonomia?
Pur con tutta la comprensione per gli ostacoli ed i problemi strutturali frapposti dallo Stato centrale, non si può negare che le classi dirigenti dell’Isola abbiano tradito nel corso degli anni le aspettative e le lotte che furono alla base della conquista dello Statuto speciale. Nel 1961, in occasione del centenario dell’Unità, il nostro Paese era attraversato dal cosiddetto “miracolo economico” al quale contribuirono centinaia di migliaia di lavoratori meridionali e siciliani in particolare costretti ad emigrare verso il Nord alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.
Dopo 50 anni questo processo continua ma, a differenza di allora, oggi esso vede l’emigrazione forzata di migliaia di giovani, naturalmente attrezzati, che non riescono a trovare uno sbocco professionale nelle proprie Regioni. Siamo cioè in presenza da anni di quello che è stato definito “lo sbarco dei Mille” all’incontrario.
Di fronte a questo problema la Regione Siciliana ha risposto, nel corso degli anni, con l’assoluta mancanza di una seria ed originale politica industriale limitandosi a scimmiottare la politica nazionale con la creazione dei cosiddetto Enti Regionali (EMS, ESPI, AZASS, ecc.) che si sono rivelati solo degli enormi carrozzoni clientelari che hanno sperperato un’enorme quantità di risorse. È mancata quindi una politica tesa alla creazione di un tessuto di piccole e medie imprese che avrebbero potuto costituire l’ossatura di uno sviluppo diverso della Sicilia, come d’altronde è dimostrato da anni nel Nordest del Paese.
Ed invece si è utilizzata l’autonomia per sostituire al centralismo nazionale quello regionale che ha prodotto negli anni un apparato burocratico elefantiaco, molto spesso autoreferenziale, dilatatosi a dismisura, che ha assorbito ingenti quantità di denaro che avrebbero potuto dare uno sviluppo diverso alla Regione. E la cosa più sbalorditiva è che ancora oggi, anziché decretare uno stop a questa politica, si prosegue imperterriti con continue “infornate” di assunzioni giustificate da autorevoli membri del Governo regionale come “azione sostituiva e suppletiva” dell’Amministrazione regionale vista la situazione dell’occupazione in Sicilia. Il risultato devastante di un approccio di questa natura è sotto gli occhi di tutti e questa logica diventa poi il migliore “assist” alla Lega per esprimere il suo fastidio nel farsi carico degli “sprechi e sperperi” del Sud.
Una concezione di questo tipo ha di fatto già vanificato i benefici che potevano derivare alla Sicilia da un corretto e programmato utilizzo dei fondi comunitari di Agenda 2000 per il periodo 2000-2006 che sono stati invece dispersi in mille rivoli clientelari mentre in altri Paesi europei hanno contribuito in maniera determinante a ridurre il divario tra le regioni più ricche e quelle più arretrate.
Oggi siamo in presenza dell’ultimo appuntamento con il quale si può dare una svolta alla Sicilia. Ci riferiamo ai cosiddetti fondi FAS (per le aree sottosviluppate) per il settennio 2007-2013 che sono l’ultima occasione per la nostra Regione di cambiare volto.
Certamente i segnali di questi primi anni non sono incoraggianti, trascorsi come sono stati tra l’ostruzionismo del Governo nazionale che li ha usati per fare “cassa” rispetto alle evenienze più o meno straordinarie che di volta in volta si presentavano, e la tentazione del Governo regionale di far fronte alle spese correnti tradendo in tal modo lo spirito e la funzione dei fondi stessi.
Se la Sicilia dovesse perdere questa ultima occasione per dotarsi di quelle infrastrutture necessarie al proprio sviluppo, per i trasporti, i rifiuti, le acque, l’edilizia scolastica, la viabilità, ecc. non ci saranno più prove d’appello. Essa sarà condannata definitivamente alla marginalità ed al sottosviluppo.
La speranza è perciò che si prenda coscienza di un momento di grande difficoltà che sta investendo il nostro Paese e tutto il mondo occidentale, si imbocchi un circolo virtuoso e si chiuda per sempre con una politica che ha ridotto la nostra Regione in condizioni tali da continuare ad avere bisogno dell’intervento dell’Unione Europea che in ogni caso finirà con il 2013.
Per questi motivi abbiamo ritenuto opportuno ed interessante dedicare una riflessione all’avvenimento dell’unificazione, ma non per farne una mera – anche se utile e nobile – rievocazione storica. Pensiamo invece di fare risaltare i nodi che sono rimasti insoluti e come essa si cala nel contingente.
Siamo perciò certi che il Prof. Nino Consiglio saprà scavare nei processi storici e politici con la capacità di analisi e di lettura critica che gli è abituale ed offrire uno spaccato di quella vicenda e delle sue conseguenze insolite ed originali per offrirlo alla riflessione dei presenti.

Rassegna Stampa

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