Conferenza Prof. Canfora 17 Aprile 2015

Come incominciò la guerra

(sulle cause dello scoppio della seconda Guerra mondiale), organizzata dall’Associazione Medeuropa di Siracusa – Aula Magna del Liceo Scientifico “Corbino” di Siracusa, venerdì 17 aprile 2015, ore 17,30.

Presentazione

   Nel 1974 l’Einaudi pubblicava un piccolo libro, ripubblicato tale e quale nel 2002, di Gianfranco Contini, filologo e studioso della letteratura italiana tra i massimi del secolo scorso. Quel libretto conteneva gli studi critici da Contini dedicati, nell’arco del quarantennio 1933-1973, a Eugenio Montale. Quel libretto s’intitola Una lunga fedeltà. La stessa lunga fedeltà – perdonate l’inverecondo accostamento mio a Contini –, la stessa lunga fedeltà lega me al prof. Luciano Canfora: 40 anni di studio dei suoi libri e di quello che egli va scrivendo, anche su giornali e riviste, che mi è possibile reperire, dal 1975 ad oggi (e spero per i giorni a venire).

Fu infatti nel 1975 che cominciai a conoscere, io poco più che venticinquenne, lui trentatreenne, gli scritti di questo giovane filologo. Mi trovavo a Catania, e, in via Etnea, entrai nella libreria Muglia (ormai da tempo scomparsa). Vidi un libretto, edito da Laterza, Teorie e tecnica della storiografia classica, di Luciano Canfora. Lo comprai, mi misi a leggerlo e, mentre lo leggevo, andavo dicendomi che quelle cose che leggevo erano quelle che volevo leggere. Insomma, ne rimasi folgorato. Fui Saulo sulla via di Damasco. Solo che già mi chiamavo Paolo. Da allora ho comprato e letto (e, da un certo momento in poi, anche recensito) tutti i suoi libri. Intanto, era avvenuta la conoscenza personale. Fu a Siracusa, la sera del 25 febbraio del 1993, alla conclusione della conferenza che il prof. Canfora tenne a Palazzo Vermexio sull’imperialismo ateniese. Vi era stato invitato dalla delegazione siracusana dell’AICC, allora presieduta dal prof. Sebastiano “Nello” Amato. Mi presentai. Si stabilì subito un rapporto di franca amicizia che, due anni dopo, mi permise di invitarlo a Solarino, quando, da assessore alla Cultura di quel Comune, organizzai un convegno sul fortunato libretto di Norberto Bobbio Destra e sinistra, uscito l’anno precedente. Era il 20 aprile del 1995. Giusto 20 anni fa, fra tre giorni.

Con l’incontro di oggi – preceduto da una lezione del prof. Canfora sulla nozione politico-storiografica di impero, tenuta il 31 gennaio del 2002 a Palazzo Impellizzeri per il ciclo di incontri destinati ai professori di Storia delle scuole medie superiori in vista dell’insegnamento della Storia del Novecento, promosso dall’allora ministro della P.I. Luigi Berlinguer – con l’incontro di oggi, il prof. Canfora torna a Siracusa dopo 13 anni, accogliendo il mio invito, che mi era stato caldeggiato dai cari amici Carmelo Saraceno e Onofrio Manfra già il 3 luglio dell’anno scorso, a trattare un argomento che riguardasse la Seconda Guerra mondiale, a 70 anni dalla sua fine. Perché gli incontri col prof. Canfora si preparano per tempo, considerati i suoi mille impegni, di studio e di conferenze, non solo in Italia.

Felici di averlo qui con noi, oggi, cedo subito la parola al Venerato Maestro, non senza avere prima ringraziato tutti gli ospiti, qui presenti per ascoltare la voce e le riflessioni di uno dei più illustri studiosi italiani del nostro tempo.

Grazie,                                                                                      Paolo Fai

Il “senso generale” della conferenza di Luciano Canfora

Il pubblico, folto come dev’essere quello degli eventi da non perdere, ha apprezzato con un lungo e caloroso applauso la lucida e persuasiva esposizione del prof. Canfora, che ha confermato – ma nessuno ne ha mai dubitato –  il pregio particolare, nonché virtù rara, di rendere accessibile a un vasto pubblico, anche di non addetti ai lavori, i risultati dei suoi studi, ampi e profondi. Chi vi ha partecipato sa di aver vissuto un evento memorabile.
La storia non si fa con i “se” e con i “ma”. I fatti non si possono modificare, ma sulle ragioni che li determinarono la partita è sempre aperta, perché negli archivi, fonte principale del lavoro degli storici, si celano migliaia di documenti che, scovati e sottoposti al dovuto vaglio, inducono alla formulazione di nuove ipotesi e congetture, se non di nuove, anche se pur sempre provvisorie, conclusioni. Perciò la storia è una revisione ininterrotta, dipendente principalmente dalla comparsa di documenti inediti, ma anche dallo “spirito del tempo” in cui la ricerca si compie. Sulla Seconda Guerra mondiale, Canfora ha innanzitutto affrontato il nodo, per niente risolto ancora, sulla periodizzazione di quel conflitto, le cui date, la iniziale e la finale, per molti studiosi sono pure convenzioni. Si sostiene infatti che tra il primo conflitto e il secondo non ci sia stata soluzione di continuità, perché i trattati stipulati a Versailles tra il 1918 e il 1919 tra vincitori e vinti non chiusero affatto la guerra, che continuò invece in diversi focolai a divampare qua e là. Ad esemplificare quell’assunto, Canfora ha addotto il criterio interpretativo dello storico antico Tucidide, il quale, avendo assistito a tutti i ventisette anni del conflitto tra Ateniesi e Spartani, poteva, con assoluta certezza, affermare che quella guerra era stata una sola e ininterrotta, dal 431 a.C., anno dello scoppio, al 404 a.C., anno della conclusione. Anche se, ufficialmente, era stata firmata la cosiddetta “pace di Nicia” nel 421 a.C., ripetutamente violata.
In sostanza, allora, dal 1914 al 1945 una sola sarebbe stata la guerra. In Spagna, poi, la guerra civile tra repubblicani e franchisti che, dal 1936 al 1939, insanguinò quelle contrade, dagli antifascisti di area giellista ma anche comunista fu considerata come l’anticamera del conflitto mondiale. Che poi, di fatto, sarà avviata dall’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler, il 1° settembre del 1939.
Documenti alla mano, Canfora ha poi dimostrato che il “patto Molotov-Ribbentrop” di non aggressione, stipulato tra la Germania nazista e l’Unione sovietica il 23 agosto 1939, che definiva, tra l’altro, le sfere di influenza del Terzo Reich e dell’Unione sovietica per le zone vicine ai confini dei due Stati e le cui conseguenze immediate più importanti furono la divisione del territorio polacco tra sovietici e tedeschi e l’occupazione delle repubbliche baltiche da parte dell'Armata Rossa, non tenne in allerta Stalin sul fronte tedesco. Infatti, nel discorso che tenne il 5 maggio 1941 ai cadetti della 16a Accademia Militare, Stalin, mentre descrive analiticamente le forze militari di cui l’URSS dispone, dichiara che i sovietici non sono ancora pronti per una guerra. Ancora alla vigilia del 22 giugno del 1941, quando Hitler scatena a sorpresa l’“operazione Barbarossa”, Stalin non prevedeva quell’attacco improvviso né prestava fede alle notizie contenute in un rapporto che il sottosegretario di Stato statunitense Sumner Welles aveva trasmesso all’ambasciatore sovietico a Washington, Konstantin Umanskij, appreso da fonti degne di fede, secondo cui la Germania nazista si stava preparando ad attaccare l’Unione Sovietica. Nondimeno, il loro attacco avrebbe dovuto essere previsto: l’agente segreto Richard Sorge, che operava in Giappone, l’aveva preannunciato, specificando le forze che vi sarebbero state impiegate, fin dal 19 maggio, e il 15 giugno ne aveva precisato anche la data. Una conferma alle informazioni di Sorge era venuta il 18 giugno da un disertore tedesco consegnatosi ai russi per sfuggire alla corte marziale. Ma Stalin e Molotov, convinti che la Germania non potesse né volesse distogliersi dall’impegno contro l’Inghilterra, non ne tennero conto. Del resto, un’altra fonte attendibile, il Diario del bulgaro Georgi Dimitrov, conferma che Stalin non voleva la guerra. I tedeschi invece giustificarono il loro attacco perché il loro spionaggio aveva fornito informazioni inoppugnabili sull’imminenza di un attacco alla Germania da parte dell’URSS. Eppure, il governo tedesco non era «mai stato in grado di sollevare la minima lamentela per inadempienze dei propri obblighi da parte dell’Unione Sovietica», come disse Molotov quando annunciò al popolo sovietico l’attacco tedesco.
Altre fonti, altri documenti forse faranno ulteriore luce sull’inizio della seconda Guerra mondiale e sulla campagna di Russia che, fra i diversi fronti di quell’atroce conflitto, fu certo quello che costò il numero più alto di morti
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Paolo Fai                               

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Rassegna Stampa

Luciano Canfora (1942) è professore emerito di filologia greca e latina dell’Università di Bari. I suoi interessi scientifici non si limitano solo al mondo antico greco-latino, su cui ha pubblicato testi fondamentali, tradotti anche all’estero, sui più diversi argomenti, da Tucidide a Demostene, dal patriarca di Costantinopoli Fozio alla questione del cosiddetto Papiro di Artemidoro (in polemica col prof. Salvatore Settis, che lo considera ancora autentico, mentre Canfora sostiene che è un falso messo su dal falsario ottocentesco Costantino Simonidis). La sua Storia della letteratura greca, uscita la prima volta nel 1986 da Laterza, rimane un testo capitale per la novità di approccio ai prodotti letterari, che vengono sempre colti nel contesto politico, proprio per l’intenso e stretto rapporto che politica e letteratura avevano (e in fondo continuano ad avere anche oggi) nella pòlis antica.

Attento ai fenomeni politici e alle istituzioni pubbliche del mondo antico, Canfora ha sempre privilegiato i momenti della storia in cui convulsioni e tensioni sociali sono sfociate in aspri conflitti civili, tenendo sempre l’occhio rivolto alla realtà contemporanea, consapevole che “il cammino intellettuale e il lavoro dei grandi studiosi del mondo antico (Jaeger, Vernant eccetera, oltre, s’intende, allo stesso Wilamowitz”) è stato un continuo cimentarsi con quelle due questioni”, cioè a) a che serve lo studio delle civiltà antiche, b) se sia davvero neutrale e senza presupposti”. La risposta di Canfora è che neutrale non è nessuna scienza, nemmeno quelle “tecnico-scientifiche”, in quanto tutte nascono sul terreno della politica. Come fu per la civiltà antica, greco-romana, che Canfora definisce “tutta politica”. Canfora sostiene infatti che solo entrando in quella civiltà “vediamo meglio ciò che, aggirandoci nel presente, non sempre capiamo: e cioè la integrale politicità di ogni espressione intellettuale”.

Da questo suo sguardo pendolare tra passato e presente e viceversa, sono nati saggi fondamentali – ne citiamo solo alcuni – come  Giulio Cesare. Il dittatore democratico (1999), Critica della retorica democratica (2002), La democrazia. Storia di un’ideologia (2004), Esportare la libertà (2007), Filologia e libertà (2008), Il mondo di Atene (2011), La guerra civile ateniese (2013), La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone (2014), fino all’ultimo Augusto figlio di Dio (2015).

Marxista di fede indefettibile, Canfora ha dedicato studi fondamentali alla figura di Togliatti e a quella di Gramsci, attento sempre ai documenti scandagliati sempre con rara perizia filologica. Dirige la rivista Quaderni di storia, fa parte del comitato scientifico della rivista di geopolitica Limes, collabora dagli anni Ottanta del secolo scorso col Corriere della Sera, rivelando la tempra del polemista e del critico militante. Insomma, uno studioso a tutto tondo, il cui nome, prestigioso, è motivo di vanto per l’Italia e per tutta la cultura italiana.

                                                                                      Paolo Fai

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